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 "LA NATURA INSIDIA I LUOGHI DEI NOSTRI SOGNI"

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Luisa
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Località: Padova

MessaggioOggetto: "LA NATURA INSIDIA I LUOGHI DEI NOSTRI SOGNI"   Dom Mar 07, 2010 3:24 pm

Da Rapa Nui alle isole di Crusoe
La natura insidia i luoghi dei nostri sogni
di VITTORIO ZUCCONi

Sono i giorni nei quali sembra che la grande e paziente madre Tellus sia stanca di noi figli noiosi e ci voglia scuotere dalla crosta, come una massaia che batta un tappeto dal balcone.
L'Abruzzo appena ieri; Haiti già dimenticata e ancora stravolta; Okinawa l'altro giorno, cento volte più potente dell'Aquila; il Cile ieri notte, trentamila volte più forte del sisma abruzzese, e quell'onda anomala che si alza dalla profondità dell'oceano più vasto del mondo e ha cominciato a rotolare verso le tracce labili della storia umana nuova e antica, le teste dell'Isola di Pasqua e lo scoglio di Juan Fernandez, il rifugio mitico di Robinson Crusoe, inghiottito da un'onda alta come un palazzo di undici piani, gli alberghi di lusso delle Hawaii fino a quel Giappone che inventò la parola che terrorizza l'umanità dal 2004: tsunami.

Si può sperare che l'immensa spallata uscita dallo scontro fra le placche tettoniche dell'America Latina e del Pacifico che digrignano le loro rocce davanti alla costa del Cile non produca le cifre catastrofiche di Haiti 2010, con i suoi 250 mila scomparsi, o di Messina 1900, con i suoi 100 mila morti, soltanto perché il Cile è una nazione moderna, avanzate e organizzata, che vive ogni minuto di ogni giorno non con il timore, ma con la certezza dei sussulti della terra. Ma non è vero, anche se è grande la tentazione di crederlo quando la sequenza delle catastrofi naturali si fa più incalzante, che la madre Terra sia oggi particolarmente irritata con gli acari, con noi che brulichiamo nel tappeto.

I terremoti, i sismi, gli scricchiolii delle placche sotto i nostri piedi sono la norma, non l'eccezione, in questo nostro pianeta che non ha finito di muoversi, di vivere, di cambiare, soltanto perché qualcuno gli ha costruito sopra villaggi e strade, e s'illude di "vulcani spenti". Le maniglie di ferro dei miei cassettoni tansu a Tokyo tintinnavano ogni giorno, come piccoli e rudimentali sismografi casalinghi, per avvertirmi con un brivido che Godzilla si agitava sotto l'acqua della baia. Secondo il servizio geologico del governo americano, ci sono almeno un milione e 300 mila terremoti di magnitudine 2 all'anno, tre mila al giorno. E sono soltanto quelli registrati e catalogati.


Il movimento sismico è la normalità, addirittura la manutenzione ordinaria della Terra che fa le faccende della propria casa, la ristruttura e sposta il mobilio a proprio piacere, come lo sono gli uragani che devastano le New Orleans, le frane e le slavine che inghiottono paesi approfittando dell'incuria corrotta degli uomini, le esondazioni dei fiumi e dei torrenti che si riprendono quando vogliono loro lo spazio che avevano temporaneamente ceduto agli ingordi insediamenti umani. La loro funzione, nella completa indifferenza della signora Tellus che li genera, è soltanto quella di farci misurare l'impudenza incantevole di chi trascinò idoli da 82 tonnellate sulle colline di Rapa Nui, ribattezzata dagli invasori europei "Isola di Pasqua", e la follia degli umani, indigeni e stranieri, che la consumarono e la uccisero con più accanimento di ogni possibile tsunami o sisma, rendendola di fatto inabitabile. I terremoti non uccidono, sono gli edifici che uccidono. Un bambino in un prato aperto sentirebbe le scosse forse divertendosi e battendo le mani, se non avesse l'incredibile sfortuna di vedere una fosse aprirsi nel terreno proprio sotto i suoi piedi. Un bambino in un edificio, rischia la vita.

Se le scosse, i sussulti, i tremori oggi misurati non più secondo la già obsoleta scala Richter, ma secondo la formula della "ML", la magnitudo locale, fanno tanta paura - e chi ha vissuto anche il più blando del terremoti conosce il panico animale che afferra quando cominciano il tintinnio dei piatti e l'oscillazione dei lampadari - non è soltanto per i danni che essi provocano, per i morti e la distruzione che si lasciano alle spalle. Anche nelle città apparentemente più attrezzate e preparate, come vidi nel disastro sconvolgente della modernissima Kobe, sbriciolata dal grande sisma del Kanto del 1995, o nella "liquefazione" - questa è l'espressione tecnica - del suolo sotto la marina di San Francisco nel 1989, la fragilità dell'artefatto di fronte alla strapotenza della Terra si disvela. Le dighe di New Orleans erano un disastro in attesa di avvenire, e avvenne. La Casa dello Studente all'Aquila, e i paesi di vecchie mura nella provincia erano trappole della incoscienza e della criminalità umana che sarebbero sicuramente scattate e lo hanno fatto. Ma i 633 abitanti dell'isola del naufrago Aleksander Selkirk, divenuto il Robinson Crusoe della letteratura, investititi a 667 chilometri dalle coste da un grattacielo di oceano alto 40 metri, secondo le segnalazioni della polizia cilena, non avevano altra colpa che essere lì, sulla rotta dell'onda. L'onda che si è portata via anche un nostro sogno d'avventura nato tra le pagine di un libro.
Persino la massima mostruosità artificiale prodotta dall'umanità, l'esplosione della bomba su Hiroshima, è un presuntuoso, feroce petardo, rispetto all'energia che ieri notte alle 3 lo scontro fra le placche in movimento davanti alla bellissime coste del Cile hanno scatenato, 100 volte più di "Little Boy" e "Fat Boy" sganciati dai B-29 nell'agosto del 1945. Non è ancora stata fortunatamente inventata, né prodotta, una bomba che possa esplodere in una città del Cile come Concepcion e possa far scattare l'evacuazione dei turisti sulla spiaggia di Waikiki, a Honolulu, 10 mila chilometri a occidente, né un ordigno che possa rivaleggiare con l'esplosione del Krakatoa in Indonesia, che abbassò di un grado e mezzo la temperatura dell'intero pianeta per un anno, sotto l'ombrello delle sue polveri. E generare isole e altri vulcani attivi affiorati dall'oceano, chiamati naturalmente "i figli di Krakatoa".

Anche ora, mentre guardiamo senza capire e seguiamo il viaggio dell'onda verso le coste delle isole sparpagliate nell'immenso Pacifico, che sarebbe in grado di inghiottire senza un singulto 15 Stati Uniti, dove la lunga, profonda risacca che per qualche istante scopre il fondo marino e precede la muraglia dello tsunami, progettiamo isolette artificiali, ponti sospesi su faglie e territori sismici, abbagliati dall'illusione delle tecnologia onnipotente.

Con tutta la nostra presunzione, non c'è tecnologia che possa creare vulcani. Dalle teste di pietra erette dai Rapa Nui al villaggio di Robinson Crusoe, dalle isole del culto darwinista, le Galapagos, colpite dall'onda anomala, alle sopraelevate di Kobe fino al Bay Bridge tra San Francisco e Oakland che si spezzò trascinando nell'acqua il traffico delle automobili, la magnificenza terrorizzante della Terra che si sveglia e si stiracchia è il costante richiamo all'impotenza dell'uomo davanti alla propria madre, né buona, come vogliono i romantici che ne ignorano la ferocia della selezione spietata, né cattiva, come vogliono coloro che pretendono di domarla con impalcature, tralicci, ponti e cerotti di emergenza. Signora prepotente e indaffarata, con il suo battipanni lungo 15 mila chilometri che da ieri batte sul tappeto blu dell'Oceano Pacifico e sul pulviscolo umano che lo abita.
28 febbraio 2010
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